Nell’Ombra del Mondo, il potere invisibile degli Arconti
S’era mai visto un “noir” così atipico, nel quale il poliziotto entra
in scena solo nel finale? E s’era mai vista – lontano dai testi di Paolo Franceschetti
– una tale ridondanza dell’accoppiata formata dalla doppia lettera R?
Va da sé che, se di «melma infernale» si tratta, a sbrogliare il caso
(se così si può dire) non possa essere che lui, Mikael, «l’arcangelo
delle ombre»: dalle tenebre esce per combattere alla luce del sole, fino
a tornare poi ad annidarsi lungo la corrente energetica della Linea del
Drago, magari sugli scogli irlandesi dell’Isola di Skelling.
Elegante e
volatile, la dissolvenza con cui Stefano Pica si congeda dal suo strano
Viaggiatore, frastornato dai colpi di scena giocati con maestria sul
limite friabile che separa il nostro quotidiano dall’Ombra del Mondo.
Porte girevoli, pagina dopo pagina, in una successione incalzante e
inesorabile di incidenti e sogni, proiezioni mentali e ammazzamenti
veri, in un’illusione ottica che centra l’obiettivo di regalare al
lettore la felicità di non sapere più dove si trovi, esattamente: nel
mondo del potere
visibile, in mezzo ai suoi crimini, o nella matrice invisibile che
forse lo determina, forgiandolo attraverso la sapienza “magica” di
spietati Arconti?
Giovane psicologo clinico con orientamento junghiano, esperto in
criminologia forense, Stefano Pica s’inventa una fiaba senza tempo
eppure attualissima, intrisa di simbologie esoteriche. Trama
rocambolesca, ambientata nella Roma di oggi e innescata dalla misteriosa
comparsa di «un
libro non scritto», “Umbra mundi”, che funziona come tramite tra luce e
ombra, scaraventando in una dimensione parallela il malcapitato
studente universitario Renato Ranucci (prima accoppiata RR: per
Franceschetti acronimo di Rossa Rossa, oscura società segreta che
sarebbe annidata nel massimo potere,
dedita anche alla pratica abominevole dei cosiddetti omicidi rituali).
Certo, nel romanzo di Pica il simbolo ricorre: non è un caso,
probabilmente, che si chiami Ruber Romero il famoso giudice pronto a
insabbiare le indagini, allontanando l’investigatore “angelico”, né che
la doppia R sia contenuta anche nel nome del personaggio-chiave,
l’enigmatico professor Roman de la Rosa, in cui il fatidico fiore è
espresso per intero, senza nemmeno cercare di nasconderlo.
“Nell’ombra del mondo – Il Viaggiatore”, conferma l’editore (Terre Sommerse) è un romanzo sul potere,
«con una trama psicologica e metafisica nata dal “fango infero” di un
percorso iniziatico di tipo massonico dell’autore». Il suo avatar
letterario, Renato Ranucci (curiosità: era il vero nome di Renato
Rascel), è un giovane laureando in storia
e filosofia, innamorato di Giordano Bruno.
Pensando al grande Nolano,
lo studente sottolinea l’idea che si possa «influenzare il mondo
naturale agendo direttamente sulla sua ombra, attraverso la scienza,
l’arte e la magia». Dopo averlo letteralmente rubato da una vetusta
biblioteca, Renato (ri-nato, e forse anche Nato Re) scoprirà che quel
misterioso libro rivelatore – che poi scatenerà una pericolosa caccia
all’uomo – offre a chi lo possiede la tremenda facoltà di viaggiare
dentro i sogni, ma in carne e ossa, tra amici che spariscono
davvero, apprendisti stregoni, maghe e imperatrici, roghi medievali e
fragorose bande di bikers, pronti a materializzarsi al momento giusto,
in sella alle loro Harley, per evitare il peggio.
«Si tratta di un romanzo che può avere una certa affinità con il
periodo difficile che stiamo vivendo», dice l’autore, alludendo a
«questa ‘Covid-crazia’ che sembra il tentativo, solo in parte riuscito,
di completare l’inscatolamento della nostra coscienza all’interno di uno
schema prefissato e gestito da una minoranza dominante che, nel mio
romanzo, chiamo Arconti». Se una profetica canzone degli anni Ottanta
(”Living in a box”) rendeva bene l’idea della situazione odierna, il
“viaggiatore” Renato Ranucci, invece, “le scatole” le rompe, eccome:
sbalzato fuori bordo, si troverà catapultato “nell’Ombra del Mondo”.
Un
viaggio che lo metterà di fronte ai tanti volti del potere,
«uno dei quali è rappresentato da un Re che non riesce più a gestire il
peso della Corona, che paradossalmente ritroviamo oggi sul capo di un
virus (che in greco vuol dire veleno)», dice Stefano Pica. «Un virus
incoronato “Re del mondo” che ha trasformato gli uomini in sudditi
spaventati e gli ‘scienziati’ nei suoi gran sacerdoti».
Spiega ancora Stefano: «Il Viaggiatore (Renato) è un archetipo legato
al perdersi e al ritrovarsi, all’essere e al non essere, ma soprattutto
al percorso di conoscenza di se stessi e del mondo, dove la meta non è
mai delineata». L’Ombra del Mondo invece, ispirata dalla sapienza di
Giordano Bruno, di fatto «è una dimensione speculare al mondo naturale:
una dimensione onirica, dalla quale è possibile condizionare il mondo
reale, come sta avvenendo oggi con il piano di manipolazione
“asettica” che sta interessando la nostra vita».
Nel romanzo, di fronte
allo “spettacolo” di un’esecuzione capitale in epoca medievale, si
legge: «La contemplazione del potere
da parte delle masse popolari fornisce a queste ultime la sensazione
illusoria di essere anche potenti, tanto da diventare sorde e cieche
davanti a un potere che agisce contro di loro per soggiogarle».
Il potere
degli Arconti, appunto: «Una congrega operante nell’Ombra del Mondo,
con lo scopo di ottenere energia da utilizzare per condizionare il mondo
naturale e la vita delle persone comuni».
Sacerdoti oscuri, contro-iniziatici, pronti a utilizzare «una
spiritualità ierocratica e cerimoniale, rovesciata nel suo significato
originario, per ottemperare ad ambizioni strettamente materialiste e
orientate al dominio». Quando finalmente Renato Ranucci finisce in trappola, a tu per tu con uno di loro, scopre che per gli Arconti il potere-dominio
consiste nel «superare l’etica attraverso una visione del mondo
elitaria, a tratti sacrilega», forte di una «smisurata autocelebrazione
titanica». Ecco una delle scoperte del Viaggiatore:
«Il sacrificio era
anche uno degli strumenti utilizzati dal dominio
per legittimare la sua estetica e la sua etica, nel mondo, attraverso
una sanguinosa sacralità fatta di guerre e genocidi». Tradotto: «La
creazione di conflitti rappresentava la modalità migliore per produrre
l’energia necessaria per far girare le ruote dell’occulta macchina del dominio,
che gli Arconti gestivano sapientemente all’Ombra del Mondo», in una
sorta di «culto cannibale, che utilizzava la conoscenza e il dominio per divorare l’esistenza delle persone fino alle ossa».
Stefano Pica (o meglio, Renato Ranucci) sa benissimo che «ogni potere
necessita spesso di sacrifici cruenti». Ma sa anche che, «per assurdo,
ciò che nel mondo reale può farti ammalare, all’ombra di esso può farti
guarire». Non c’è da allarmarsi più di tanto, se nel romanzo un
alchimista può trasformarsi addirittura nel più fedele degli animali, o
se è un uccello – a un certo punto – a mettere l’ispettore di polizia
sulla strada giusta per risalire agli autori di un orrendo triplice
omicidio, provocato dalla brama di mettere le mani su quel maledetto
libro.
«Quel tomo funzionava come un campo di coordinazione energetico,
dove ogni situazione e persona incontrata nel viaggio onirico si legava
alla realtà del viaggiatore attraverso fili invisibili». Solo esaminando
quei fili attraverso le loro ombre, riflette Renato, è possibile
comprendere «il nesso che lega ogni esistenza umana alle sue molteplici
manifestazioni», e grazie a questa conoscenza diventare infine “Re di se
stessi”, finalmente liberi e capaci di amare, dunque «costruttori del
proprio destino».
(Il libro: Stefano Pica, “Nell’Ombra del Mondo – Il Viaggiatore“, Terre Sommerse, 180 pagine, 16 euro).
Pubblicato sul sito web: https://www.libreidee.org/
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